Eterogenesi dei fini

Prolegomeni alla scrittura

Freddi cieli stellati, pruriti, libertà e follie negli occhi

Io vedo un povero anzi benestante stronzo fuori di senno che è andato a morire in mezzo alla natura. Non che il senno dal quale quel povero benestante stronzo uscì – quello tipico della società statunitense dei primi anni novanta – fosse un buon senno: e questo perché non esistono senni buoni e senni cattivi. Esistono medie. Medie verso le quali si tende o si diverge in determinati contesti spazio-temporali. La media più nota è la normalità. Andarsene a morire di fame in mezzo all’Alaska divergeva – quando quel povero benestante stronzo lo fece – dalla normalità. Premettendo che le normalità cambiano al cambiare dei contesti, perché si tende a una data normalità? Facile: perché la normalità è sicura. Essere normali (tendere alla normalità) è fonte di sicurezza fisica e – per chi crede alla distinzione tra involucro e interiorità nell’uomo – anche spirituale. Ogni normalità è il risultato di errori capitati mentre si perseguiva la sopravvivenza: la propria direttamente, quella della specie indirettamente.
Quando si accumula un sufficiente grado di sicurezza (magari perché qualcuno o qualcosa ha immagazzinato per noi dosi di normalità: ad esempio la nostra famiglia o la nostra intelligenza) è possibile eliminare o cambiare comportamenti in precedenza ritenuti normali. La normalità non è un giusto che si contrappone a uno sbagliato, assomiglia di più all’utile che si contrappone all’inutile; questo fu valido almeno per i nostri antenati duecentomila anni fa quando utile equivaleva a non morire. È capitato infatti, col tempo, che l’esistenza umana sia andata via via complicandosi (rimando per chi voglia approfondire ai temi performativi della sociologia) e che, stabilitosi un certo grado di sicurezza in materia di sopravvivenza, la specie umana abbia sottoposto la definizione di normalità a oscillazioni di giudizio e l’applicazione di quel giudizio a innumerevolissimi ambiti. Tralasciando i singoli ambiti, quel giudizio (cosa sia normale) pare venga regolato da quelle che definiamo “facoltà mentali”. Queste facoltà (cognitive) utilizzate attivamente e passivamente dall’individuo possono talvolta – per motivi a me oscuri – malfunzionare. Il malfunzionamento di alcune delle facoltà che consentono di giudicare cosa sia normale può avere diversi esiti: dalla letteratura alla sociopatia, dall’arte alla devianza. Questi esiti a loro volta possono essere – e saranno – giudicati positivi o negativi in relazione alla data normalità. Niente di per sé è negativo o positivo quando non viene ricondotto all’utilità della normalità, compreso il malfunzionamento delle facoltà che la determinano.
Ora, tornando al povero benestante stronzo fuori di senno, bisogna analizzare un aspetto interessante della divergenza dalla normalità. Quando un individuo scorge dalla propria normalità un altro individuo evadere da una normalità pensata affine alla propria, quel primo individuo ne è attratto e impaurito. In quel gesto egli trova una bellezza sublime scoprendo possibile – per opera di terzi – qualcosa di raro e rischioso. Un ventaglio di possibilità, anche se solo in teoria, gli si dispiega.
Dalla storia del povero benestante stronzo sono stati tratti libri, un film e svariate emulazioni; proprio queste ultime, le emulazioni, hanno reso stronzo quell’individuo trasformando la sua eccezionalità in una depurata normalità.

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Interessanti bugie

Ho scritto negli ultimi ventiquattro anni il libro migliore al mondo, il più bello si potrebbe dire; tuttavia non lo pubblicherò mai, e per due motivi

(i) occupo, nella gerarchia dell’industria editoriale, i posti più bassi; ciò significa che nessuno -me compreso- investirà economicamente su di esso
(ii) ho paura che nessun lettore si interesserebbe al libro migliore del mondo

Il titolo del mio libro… non ha titolo il mio libro, poiché non gliene occorre uno; ma se uno gli occorresse questi sarebbe “La religione umana“. L’incipit del mio libro è “interessanti bugie”, a precederlo vi è in esergo un contenuto che non rivelerò per intero in questa sede, e del quale posso solamente dire: si tratta di una mia poesia.
La trama del libro – un romanzo per l’esattezza – è: accettando aprioristicamente il prospettivismo così come lo intesero alcuni commentatori di Federico Nietzsche quanta desolazione è necessaria per sentirsi soli, quanta follia per impazzire e quanta sensibilità per accorgersi che di tutta la vita (fatta di tutte quelle cose belle e brutte che accadono lungo una vita) non resterà niente?
Seguono esempi pratici per iscritto, personaggi, e altri espedienti apparsi già in letteratura.
Se il mio libro non fosse principalmente un romanzo sarebbe un saggio prima e un poema religioso poi, tuttavia gli esiti dei testi sacri (interpretazioni, funzioni, utilizzi) mi appaiono tendenzialmente infelici e infatti, tra le prime pagine del mio libro, compare la rassicurante dicitura «pur potendosi configurare come tale, e anzi essendo sicuramente fraintendibile, questa narrazione è rivelata esclusivamente dagli uomini agli uomini. Ogni rottura di livello – e ve ne sono diverse – non rimanda a livelli di potenza superiori o diversi da quelli della nostra – fra le altre – effimera specie. Non è intenzione dell’autore fondare una religione»
Che di tutta la vita non resterà niente.
I fisici, quelli che in tempi passati furono i naturalisti, potrebbero esigere più rigore e accortezza nell’affermare frasi di questo tipo e portata. Non che io abbia paura dei fisici ma – lo riconosco- qualcosa di materiale e qualcosina di immateriale in effetti resterà. Tuttavia questo qualcosa sarà irrimediabilmente diverso dalle collezioni di esperienza che si è soliti accumulare – spesso con la sensazione della fatica e del peso – vivendo. È proprio in virtù di tale fatica e tale peso che la rinuncia – o meglio l’idea della rinuncia – a quel qualcosa possiede un sapore tanto amaro. Oh ma che dico? Quanta banalità, quanta semplificazione! Sapore amaro! Non si tratta di sapore amaro, è il baratro dell’abisso.

Seta rossa

C’era nella notte alla finestra
una donna vestita di rosso
stendeva il bucato
accarezzata
da una luce che non so raccontare.
La sua ombra contro il muro
disegnava
le sagome del piacere
dentro me;
sagome degne d’essere
dipinto o fotografia.
Ogni cosa era tenebre
intorno alla finestra
ma nel telaio: rettangolo di luce
la seta rossa scintillava
descrivendo le movenze
di una madre dai capelli corvini
che stende abile e decisa
i grembiuli dei figli.
La luce si è spenta
ed ho immaginato
il bucato mosso dal vento della sera
e
svettante fra le bianche lenzuola
di una camera assopita
nella notte di settembre
un cazzo nerboruto
poc’anzi addormentato
sul quale si adagiava
una rossa vestaglia di seta scintillante
e un corpo sudato
per aver steso il bucato.

Tania (prima parte)

Guardai la finestra e capii che non sapevo nemmeno cosa stavo osservando. Se il vetro se il cielo o se il mondo intero. Poi le vidi, erano gocce d’acqua piovana, posate. Non avevano motivo d’essere lì, eppure c’erano. Gocce tutte simili ma a guardarle bene ognuna di forma e dimensione differente, alcune tanto piccole da sembrare graffi, altre semplicemente più grandi. Erano come i miei ricordi. Quel giorno ero nostalgica -oltre che per il colore della luce- anche perché ritrovai quella fotografia. Una foto non si può raccontare e in realtà sono pochissime le cose che si possono raccontare, questo poiché nel momento in cui si comincia un racconto ogni cosa smette di essere quello che è e diventa qualcos’altro. Per me quella foto ero io, ero io tanti anni prima di adesso e al contempo era anche una bambina che non avevo mai conosciuto. La parte migliore di quella foto rimaneva però esterna all’immagine stampata, era dentro di me; dentro di me che avevo scordato perfino il momento che su di essa era stato fissato.

Quando io e Tania cominciammo a parlare di Dio lei aveva ventisette anni. Eravamo entrambi esuli allora, esuli dalla vita in modi e circostanze assai diverse. Fu proprio l’esilio che ci unì e ci rese complici, trascinandoci dentro ad un vortice di inganno e di morte che entrambi non avremmo potuto sognare nemmeno nelle notti più tumultuose. In quegli anni ero devastato da intensi dolori alla schiena, dolori lancinanti che venivano a farmi visita durante la notte e che come amanti puntuali finivano per abbandonarmi al risveglio. Molte volte era Tania a svegliarmi con l’odore del caffè e con la sua voce, voce che si sforzava d’adattarsi a un idioma che non le apparteneva.
Durante una mattina più calda delle altre, dopo aver preso un bagno freddo, cominciai ad attendere. Molte delle mie giornate erano scandite dalle attese più che dal tempo. Aspettavo che si presentasse l’ispirazione per scrivere, che la voglia di leggere venisse a scuotermi, che la giornata assolata mi tentasse di affacciarmi al balcone, e ovviamente aspettavo Tania.
Erano ormai distanti i giorni in cui avevo imparato a riconoscerla dal suo modo di citofonare; lontane le mattine in cui aprendo la porta ricevevo un suo bacio sulla punta del naso. La stessa bocca che durante la notte era stata stremata da decine di fellazioni a cazzi ignoti si poggiava su di me con un sorriso.
Mentre mischiavo due mazzi di carte a semi francesi Tania preparava il caffè, poi, pronta la bevanda, alla tavola della cucina giocavamo interminabili partite a carioca. Non ricordo con esattezza quando quella che per me era una bambina moldava dalla pelle chiara e gli occhi velati, colei che aveva accettato di divenire la mia badante per quattrocento euro al mese, mi confessò d’essere una puttana; a dire il vero non riesco a ricordare se fu lei a dirlo o io a scoprirlo, da solo. Ricordo però con dettagli di luce il piacere fisico che ella iniziò a regalarmi. Preparata una bacinella d’acqua bollente Tania mi faceva spesso lo shampoo. Le sue mani delicate, con le nocche tutte arrossate dall’acqua calda, affondavano nei miei capelli bianchi e radi, iniziando un lungo massaggio che culminava col mio sonno. Prima di addormentarmi con la testa reclinata all’indietro sul margine della bacinella ricoperta da panni, attraverso le palpebre pesanti scorgevo delle macchie geometriche che il sole cuciva sull’intonaco bianco, e infine cedevo ai sogni. Nella danza onirica mi apparivano spesso le donne della mia vita, vestite di luce: mia madre, mia nonna, mia moglie; eppure al risveglio il mio pensiero andava sempre a lei, all’unica donna che non avendo mai conosciuto avevo davvero amato.
Concluse le pulizie Tania si addormentava sul divano di un sonno profondo, troppo vischioso per concederle sogni. Al tramonto, preparatami la cena, si chiudeva infine nel mio bagno, per svegliarsi e truccarsi: ne riusciva mascherata di un’espressione severa, e quasi non riconoscevo la ragazzina che all’indomani avrebbe suonato il mio campanello con quello strano odore sulle labbra.

Anche dopo aver ricevuto le chiavi di casa Tania continuò sempre a citofonare. Ero invecchiato di altri otto anni mentre quella bambina dagli occhi velati era diventata una donna. Nonostante fossimo ormai, in parte, amici, e nonostante fossi a conoscenza di quei suoi primi anni a battere le strade e lei fosse consapevole del mio sapere, in un qualche modo Tania era riuscita a mantenere una riservatezza quasi totale sui propri sentimenti e sulla propria vita, in particolare sulla propria infanzia. Sapevo che da due anni si fosse sposata, che i lavori di badante e donna delle pulizie le garantivano uno stipendio dignitoso, che un mutuo trentennale l’avrebbe scortata sino alla vecchiaia. Conoscevo le sue rughe e le sue occhiaie, i suoi malumori, avevo perfino parafrasato il suo fisico celato dall’abbigliamento sempre umile, come da ragazzo avevo fatto con le poesie.
Il suo italiano era molto migliorato negli anni, talvolta mi convincevo che fosse perfino migliore di quello di certi studenti, superficiali e distratti, che stavano diventando uomini frenetici e cinici, in quei tempi.

«Come si chiamava tua moglie?»
«Lina»
«Ed era bella?»
«Lo è stata, in molti momenti»
«Che vuol dire?»
«Che la bellezza nasce negli occhi di chi guarda»
«Non ti capisco»
«Linetta era buona e le cose buone appaiono spesso belle Tania»

Una mattina Tania apparvè sulla soglia vestita di malinconia. La stanchezza che spesso le leggevo sul viso era sopraffatta da una nebbia di malessere. Le chiesi qualcosa ma non rispose se non con il silenzio. Come sempre preparò il caffè ma anche nell’aroma della bevanda qualcosa non andava. Mi raccontò infine che aveva trovato dentro ad un vecchio dizionario una foto e 100 euro.
«Bè, e non sei contenta? Dovresti» dissi frettolosamente. Ma mi sbagliavo, Dio quanto mi sbagliavo. Tania iniziò a raccontare e quando il suo racconto finì io piangevo, mentre lei rideva, entrambi di tristezza.

Continua

 

0,9

 

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Foto scattata da me*

In breve tempo la città bevuta dall’orizzonte si era persa alle loro spalle, adesso la campagna s’imponeva: piatta, marrone, odorosa di sterco.
Seduto al suo fianco per un attimo la osservò mentre guidava; dal ventre la nausea gli risaliva sino alle tempie, e da lì, raggomitolata, lo torturava. Fin da bambino, fin da quando ne avesse ricordo, aveva sofferto il mal d’auto.
Alla fine di una curva stretta tra i fossi apparve un semaforo che ingialliva, la macchina dopo aver rallentato si fermò al suo cospetto. Una chiesa di margherite mosse dal vento, illuminata malamente da un sole pallido e velato, lo richiamò. Guardando i fiori attraverso il vetro, belli, inutili, pensò che un tempo avrebbe aperto la portiera per coglierne in fretta qualcuno, col cuore in gola avrebbe corso quel rischio prima che il semaforo ritornasse verde: solo per vederla sorridere.
Ma stavolta non si mosse, gli anni avevano mutato quei crismi d’eccezionalità in rancori muti e passivi; del resto lei, probabilmente lei non ne avrebbe più sorriso.
Erano rare le mattine in cui gli venisse concesso di guidare -così da sopperire alla nausea-; l’etilometro che lei aveva comperato su amazon funzionava perfettamente e oramai lui era quasi felice di sottoporvisi. Quella mattina gli era stato assegnato uno 0,9 sfavillante.

*per quanto la post-modernità abbia condotto -e legittimato- i più al cimento degli abbinamenti improbabili, scorgo tra l’immagine e il testo che la segue un profondo -seppur banale- legame che mi par bello: e cioè che il tempo trasforma le cose.

Palazzeschi interroga

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«Hai codesto male. Vivi inappagato sempre, vivi di quello che fu, e che non è mai stato, di quello che dovrà essere, e che poi non sarà, di quello che non è, di quello che non si sa, mai di quello che è. L’istante che vivi oggi dolorosamente sarà bello domani, lo ricorderai con nostalgia e rimpianto, è il debito che devi pagare all’ora non saputa vivere, la vita si vive a contanti e si liquida giorno per giorno, ora per ora. E una pena s’accavalla alla pena, e un’altra a un’altra ancora. Hai perduto il passo per fantasticare. Fare, fare bisogna.
Io non so che sarà, ciò non mi appartiene, ma so quello che è, so quello che posso avere, ed è molto: vedere, udire, toccare, sentire: è quello che mi è stato dato e ne prendo quanto posso, non domando di più e mille volte ringrazio ogni dì chi me lo diede. Cosa m’importa di sapere chi è, dov’è, che fa? Forse la mia curiosità l’offenderebbe, certo anzi, s’egli mi si cela, è da più di me, questo è sicuro. Ma è più gradito il dono non vedendo il donatore.»

Taccuino di viaggio: Firenze

Firenze è una contessa libertina ed elegante che a gambe aperte ti accoglie, disposta per indole a offrirsi interamente in cambio di tutto te stesso.
Firenze è il profumo del vino versato nell’aria tra la bottiglia e il bicchiere.
Firenze è città regale e imponente; e ti coglie lo stupore in una stretta viuzza dall’odore antico che nel suggerire conforto di umili spazi t’inganna. Dura poco la sensazione e muore il conforto incontro alle titaniche altezze di ambiziose strutture a misura di Dio. Un Dio sociale vive a Firenze, che favella migliaia di voci e ha il volto d’ogni uomo e d’ogni donna; ogni donna che è madonna a Firenze.
Ogni architettura degna del suo nome è pensata -è voluta- a Firenze non già per il singolo e il solitario ma per l’intera società e per il suo lieto vivere.

Maestosa bellezza, intensa come la paura, a me ti sei aggrappata lungo quel cortile ombroso di fasti gettato incontro al fiume, e adesso, di te non restano che felicità e nostalgie.

Essere superficiali per profondità (o aforisma 346)

Ore 11.00, facoltà di Lettere

Qualcosa nella porzione di mondo che sfioro sembra essersi incrinato. La bellezza, per quanto io non sappia adesso -nè abbia mai saputo- cosa con esattezza sia, m’appare artificiosa, affettata, fasulla.
Ove mi trovo in questo momento è luogo che conosco assai bene ma che altrettanto mi spaventa, nel viverlo, o meglio nell’affrontarlo, divengo sospettoso come i felini.
Certo il presentarmi per la priva volta alle lezioni di Estetica con il corso iniziato da mesi non è stata scelta saggia, ma del resto non si può trattare con l’inevitabile.

Ore 12.05, facoltà di Lettere

Trovo necessario giudicare aprioristicamente il valore del mio agire e forse inizio, adesso, a liberarmi di un preconcetto, di una struttura di pensiero limitante e -viene da sè- limitata. La scelta infatti era stata -è stata- saggia. Scopro che la bellezza è sempre artificio.

Ore 12.37 (dell’indomani, cioè oggi), dimora

Da qualche parte dentro un libro scritto attorno al 1881 (titolato Die fröhliche Wissenschaft e tradotto La gaia scienza) compare un’ambiziosa domanda: Chi siamo dunque?
Tale domanda è declinabile in ulteriori interrogativi: Cosa siamo noi? Cosa sono io?
Nietzsche (con un sempre affascinante plurale maiestatis) prima ancora di offrire eventuali risposte a tali domande, cerca parole e cerca “orecchie”.
Ricordate il modo di dire “chi ha orecchi per intendere, intenda”? Ebbene Nietzsche è alla ricerca di quegli orecchi, è alla ricerca di chi faticherà a capire, comprendere, ma ugualmente tenterà. Per chi non lo sapesse il modo di dire è passo ricorrente nei vangeli ed è -utilizzato dal filosofo- sintomo feroce di un anticristianesimo nutrito di elementi cristiani.

Quando alle superiori studiai l’opera di Nietzsche ne intuii l’innovativa grandezza nel modo in cui da lontano si scorge un monte, lo stesso monte però, quando si è alle sue pendici, scompare.

Per favorire il lettore che si appresta alla scalata Nietzsche risponde -almeno- alle domande opposte rispetto a quelle dalle quali era partito: Cosa non siamo? Cosa non sono?

Limpidamente afferma: atei, immoralisti, miscredenti ecco cosa NON siamo!
Tali aggettivi -lui dice- non sono sufficienti poichè, essendo costruiti per negazione, rimandano ai rispettivi concetti positivi, tutti implicanti presupposti dogmatici.

Ciò che avvince e scoraggia leggendo le pagine in questione è che il filosofo (il diffidente) afferma serenamente che anche ogni scienza necessita di presupposti dogmatici (un esempio: il concetto di durata infinita della materia).

Dunque? I nuovi filosofi -quelli che verranno- sono (erano, furono, saranno) in uno stadio troppo avanzato per poter essere compreso. Del resto essere liberi, liberare (ogni liberazione) implica un doloroso prezzo, come scoprì Prometeo sul proprio fegato.

Da cosa si è liberato Nietzsche, da cosa sta cercando di liberarsi?
Probabilmente dalla convinzione che il mondo e le cose vadano -debbano andare- secondo un disegno divino o secondo un disegno razionale.
Sembra non andare bene nulla a Nietzsche: il cristianesimo, il panteismo di Spinoza con la sua “divinizzazione della natura” (o estensione totale del concetto di Dio), le conciliazioni di Hegel, il naturalismo di Zolà, la scienza ottocentesca. Niente, nè divino nè razionale.

Dopo aver compreso, supposto, pensato che le cose NON vanno come per secoli si era creduto fortemente, Nietzsche scrive che la delusione che ne deriva è una reazione psicologica di freddezza e passività: il nichilismo. Siamo freddi per il disincanto nello scoprire che quanto noi stessi avevamo costruito (le nostre fedi) non esiste.

Eppure Nietzsche è lontano -vuole allontanarsi correndo- dal pessimismo di Schopenhauer, ed ecco che nel tirare le somme appare didascalico. 

L’uomo è un animale duale: venerante e diffidente.
Le sue -le nostre- variegate venerazioni sono strettamente legate al concetto di bisogno. Le verità che l’uomo costruisce (qualunque forma esse assumano) sono tutte risposte alla necessità di sopravvivere. Ecco il ruolo dell’arte e della bellezza: rappresentare il bello per compensare la bruttezza dell’esistenza e di noi stessi.

I greci furono grandi poichè furono consapevoli. Consapevoli che ogni profondità (di pensiero) nasconde l’abisso dell’orrore e della schifezza. Ecco cosa vuol dire essere superficiali per profondità. Indagare gli abissi e opporre ad essi una meravigliosa falsità, una bellissima e artistica superficie.
Alla luce di ciò Nietzsche afferma serenamente che la decadenza greca ha inizio con Socrate in quanto il filosofo è il primo a definirsi -ed essere definito- brutto, mostruoso, orripilante. Tanto brutto esteriormente quanto profondo e saggio interiormente. Fine dell’equilibrio e della convenzione estetica di bellezza falsa, nessun corvo a bucare le tele di Fidia.

Dove voi vedete cose ideali (Dio, la scienza, la bellezza, la verità) Nietzsche vede cose umane, troppo umane!
Quanto è importante diffidare! Praticare la scienza della diffidenza e dello smascheramento è fondamentale ma dopo, dopo è necessario non fermarsi ad un pessimismo nichilista. Bisogna dire sì alla vita dopo averla scoperta orribile, priva di senso, immorale. Bisogna accettare l’assenza di scopo e amare -amare con ardore- l’esistenza proprio alla luce di tale scoperta. Non affidarsi agli ideali, al bastone della fede, ma impugnare se stessi, comandare noi stessi.

Quanta meraviglia! Meraviglia che si esaurisce cupamente con un altro punto di domanda, un terribile aut-aut.
O vi sbarazzate delle vostre venerazioni o di voi stessi.
E se il secondo è un nichilismo passivo, una rinuncia alla vita, la rinuncia di chi vive senza porsi domande, non lo è forse anche il primo?

Questo fu l’interrogativo di Nietzsche.

Patafisica

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Caffettiera per masochisti – Jacques Carelman

Quando scrivo sospinto dall’intuizione, solitamente, invece che approdare a un epilogo, naufrago; quando invece ho qualcosa da dire avviene pressappoco il contrario: non so come iniziare. Questi che seguono (un truismo, un verso di Edoardo Sanguinetti, la scena iniziale di un film di Vittorio De Sica) furono tre incipit potenziali:

Non è poi tanto vero che esprimere cose complesse in modo semplice sia migliore di esprimere cose semplici in modo complesso, o che esprimere cose complesse in modo complesso sia preferibile all’esprimere cose semplici in modo semplice.
«vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia»
 Quattro giovani interamente vestiti di bianco che pedalano lungo un’antica via acciottolata e battuta dal sole

Come si evincerà a breve, nessuno dei tre incipit intrattiene in modo esplicito un collegamento con quanto vorrei raccontare: e cioè che ho visitato una mostra. Tuttavia anche quest’ultimo fatto (pregno d’oggettività) vacilla nel mio ricordare.

[Ipotizzando che sia possibile, spiegare l’arte o semplicemente scriverne è faccenda assai delicata; tant’è che quell’anima sensibile di Rilke ha avuto il coraggio di affermare:
«nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico [la critica è] una delle professioni irreali e semiartistiche, che mentre illudono d’una vicinanza all’arte, praticamente negano e attentano l’esistenza d’ogni sua espressione»]

Mentre mi aggiravo tra le sale affollate di quadri e di gente ho udito una voce (forse quella di un insegnante rivolta alla sua scolaresca) che diceva:
«egli ha compreso che è impossibile spiegare la realtà con la logica»
L’egli della frase è Giorgio De Chirico, pittore.
Rinunciare alla logica innanzi alla pittura metafisica significa abbassare gli scudi della propria ragione, sospendere la ricerca sisifea di un significato assoluto che -viene da sè- non esiste. Molti confondono tale operazione con il “non-interpretare”, convinti che l’impossibilità di trovare un significato unico e incontrovertibile (condiviso cioè dall’intera sala) equivalga all’assenza di senso in toto. Se però si sottovaluta la potenza della polisemia il rischio è quello di perdere tutto ciò che la pittura di De Chirico ha da offrire (da offrirci).
La giustificazione a tale errore è tuttavia nobile:  l’essere umano teme l’ignoto e per questo sperimenta il bisogno costante di contrastare l’entropia, di ordinare il caos, di costruire binari da poter agevolmente seguire. Niente spaventa più dell’anomia ed è per questo che visitando la mostra è stato facile scontrarsi con didascalie esplicative che tentando di far luce sulle opere -spiegandole- le gettavano nel buio più pesto.

Lo spaesamento offerto da De Chirico è forse meno violento di  quello d’alcuni surrealisti, eppure il verde delle sue tele (simile all’acqua del fossato di Castello Estense dopo il tramonto) m’ha segnato quanto il Laborintus di Sanguinetti.

Prima e dopo la mostra: Ferrara.
Città che cinque secoli addietro fu -forse per un lungo istante- la più moderna d’Europa, città silenziosa che mi piace credere Bassanianacon il suo parco Massari pieno di curve e di corvi.
Percorrendo Corso Ercole I d’Este, con i grossi ciottoli che fan male sotto ai piedi, si diventa nostalgici ripensando alla vecchia addizione. Scontrandosi col possente bugnato di Palazzo dei Diamanti si capisce o si avversa Biagio Rossetti.
E alla fine si finisce nel caffè della stazione ad aspettare un treno che ti riporterà a casa, dove, se sarai abbastanza fortunato, il sole entrerà di sbieco dalle ampie vetrate.

Ti accorgerai così di una donna molto anziana e della sua giovane badante sedute a un tavolino, le osserverai avvolte da un’inquieta fissità che si intona alla luce del giorno che muore e al legno delle pareti, le guarderai: sembreranno due moderne bevitrici ma tu non sei Degas.
Ti spaventerà la bellezza della tua mano che colpita dal sole mescola il caffè. Ripenserai alla sagoma della mela lanciata nel cielo, al negozio alimentare che esponeva la scritta “Parrucchiere uomo”, ad antiche biciclette gettate nel fiume, cercherai di annotare i titoli della mostra che a fatica ricordi…

-Il viso del genio (Magritte)
-La malinconia della partenza (De Chirico)
-Il Dio ermafrodito (Carrà)
-Natura morta con tarocchi (De Pisis)
-Tavolo dello studio (Alexander Kanoldt)
-Il riflesso di luce su una bottiglia nera in un dipinto di Morandi

Avevo un taccuino con me ieri, e rileggendo quanto annotato mi viene da chiedermi quale mostra io abbia visitato.

il (nostro) triste italiano

Cattura

Umberto Eco è morto. Mi sarei sorpreso del contrario a dire il vero, avrebbe cioè destato in me scalpore leggere su una qualche testata: «Umberto Eco non è morto e non morirà», e questo semplicemente perché gli esseri umani crepano, tutti.
È molto faticoso per i lettori scindere un autore (Umberto Eco) dalla sua opera (i testi di Umberto Eco), e intorno a tale difficoltà questo preciso autore ha disquisito a lungo.
Fortuna vuole che i libri sopravvivano alla morte di chi li ha scritti. Semiotica vuole anche che Umberto Eco abbia lasciato qualcuno a fare le proprie veci dentro i suoi libri, qualcuno di ben intenzionato che incoraggi il lettore a capire e a far funzionare quei testi. (Si potrebbe -in virtù di ciò- ancora fare una passeggiata dentro questo libro, ad esempio).
Del resto se un libro fosse un armadio di truciolare smontato, uno scrittore sarebbe senz’altro colui che ha nascosto le istruzioni dell’Ikea nelle fenditure del legno.
Metafore banali a parte, nonostante abbia oramai agito, l’Umberto di cui volevo scrivere era un altro (crepato anch’egli). Non a caso poi, insisto sul verbo crepare e lo faccio per ben tre (o forse due) motivi.
Innanzitutto nel luogo in cui sono nato la parola capra viene -per metatesi- pronunciata crapa, cosa che di per sé non avrebbe valore se non fosse che a me ricorda mio padre (il quale era solito -per affetto- apostrofare così mia cugina).
[Capirete da voi, quanto, per me risulti arduo lo scioglilingua della capra che campa o che crepa in base alla relazione intrattenuta con il sistema di riferimento panca].
Se a ciò si aggiunge anche che per la lingua italiana crapa è sinonimo di testa (da intendersi come “indole umana”) tutto si complica.

Gli animali  crepano, gli uomini muoiono.
Voglio credere però che Saba, l’Umberto del quale avrei voluto scrivere fin dall’inizio, abbia legittimato il mio uso del verbo crepare

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

È questo dunque il “triste italiano” di Umberto Saba. Un italiano semplice? Diretto? Poco classicheggiante? Semanticamente esplicito?
Le mie intenzioni all’inizio di questo articolo erano di cupa riflessione, stiamo perdendo l’uso della nostra meravigliosa lingua, e a pochi questo importa. Io questo lo so, lo so perché faccio parte dei vinti, di quelli che, dopo aver letto l’articolo, troverebbero congeniale rispondere:

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