Eterogenesi dei fini

Prolegomeni alla scrittura

Mese: febbraio, 2016

Patafisica

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Caffettiera per masochisti – Jacques Carelman

Quando scrivo sospinto dall’intuizione, solitamente, invece che approdare a un epilogo, naufrago; quando invece ho qualcosa da dire avviene pressappoco il contrario: non so come iniziare. Questi che seguono (un truismo, un verso di Edoardo Sanguinetti, la scena iniziale di un film di Vittorio De Sica) furono tre incipit potenziali:

Non è poi tanto vero che esprimere cose complesse in modo semplice sia migliore di esprimere cose semplici in modo complesso, o che esprimere cose complesse in modo complesso sia preferibile all’esprimere cose semplici in modo semplice.
«vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia»
 Quattro giovani interamente vestiti di bianco che pedalano lungo un’antica via acciottolata e battuta dal sole

Come si evincerà a breve, nessuno dei tre incipit intrattiene in modo esplicito un collegamento con quanto vorrei raccontare: e cioè che ho visitato una mostra. Tuttavia anche quest’ultimo fatto (pregno d’oggettività) vacilla nel mio ricordare.

[Ipotizzando che sia possibile, spiegare l’arte o semplicemente scriverne è faccenda assai delicata; tant’è che quell’anima sensibile di Rilke ha avuto il coraggio di affermare:
«nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico [la critica è] una delle professioni irreali e semiartistiche, che mentre illudono d’una vicinanza all’arte, praticamente negano e attentano l’esistenza d’ogni sua espressione»]

Mentre mi aggiravo tra le sale affollate di quadri e di gente ho udito una voce (forse quella di un insegnante rivolta alla sua scolaresca) che diceva:
«egli ha compreso che è impossibile spiegare la realtà con la logica»
L’egli della frase è Giorgio De Chirico, pittore.
Rinunciare alla logica innanzi alla pittura metafisica significa abbassare gli scudi della propria ragione, sospendere la ricerca sisifea di un significato assoluto che -viene da sè- non esiste. Molti confondono tale operazione con il “non-interpretare”, convinti che l’impossibilità di trovare un significato unico e incontrovertibile (condiviso cioè dall’intera sala) equivalga all’assenza di senso in toto. Se però si sottovaluta la potenza della polisemia il rischio è quello di perdere tutto ciò che la pittura di De Chirico ha da offrire (da offrirci).
La giustificazione a tale errore è tuttavia nobile:  l’essere umano teme l’ignoto e per questo sperimenta il bisogno costante di contrastare l’entropia, di ordinare il caos, di costruire binari da poter agevolmente seguire. Niente spaventa più dell’anomia ed è per questo che visitando la mostra è stato facile scontrarsi con didascalie esplicative che tentando di far luce sulle opere -spiegandole- le gettavano nel buio più pesto.

Lo spaesamento offerto da De Chirico è forse meno violento di  quello d’alcuni surrealisti, eppure il verde delle sue tele (simile all’acqua del fossato di Castello Estense dopo il tramonto) m’ha segnato quanto il Laborintus di Sanguinetti.

Prima e dopo la mostra: Ferrara.
Città che cinque secoli addietro fu -forse per un lungo istante- la più moderna d’Europa, città silenziosa che mi piace credere Bassanianacon il suo parco Massari pieno di curve e di corvi.
Percorrendo Corso Ercole I d’Este, con i grossi ciottoli che fan male sotto ai piedi, si diventa nostalgici ripensando alla vecchia addizione. Scontrandosi col possente bugnato di Palazzo dei Diamanti si capisce o si avversa Biagio Rossetti.
E alla fine si finisce nel caffè della stazione ad aspettare un treno che ti riporterà a casa, dove, se sarai abbastanza fortunato, il sole entrerà di sbieco dalle ampie vetrate.

Ti accorgerai così di una donna molto anziana e della sua giovane badante sedute a un tavolino, le osserverai avvolte da un’inquieta fissità che si intona alla luce del giorno che muore e al legno delle pareti, le guarderai: sembreranno due moderne bevitrici ma tu non sei Degas.
Ti spaventerà la bellezza della tua mano che colpita dal sole mescola il caffè. Ripenserai alla sagoma della mela lanciata nel cielo, al negozio alimentare che esponeva la scritta “Parrucchiere uomo”, ad antiche biciclette gettate nel fiume, cercherai di annotare i titoli della mostra che a fatica ricordi…

-Il viso del genio (Magritte)
-La malinconia della partenza (De Chirico)
-Il Dio ermafrodito (Carrà)
-Natura morta con tarocchi (De Pisis)
-Tavolo dello studio (Alexander Kanoldt)
-Il riflesso di luce su una bottiglia nera in un dipinto di Morandi

Avevo un taccuino con me ieri, e rileggendo quanto annotato mi viene da chiedermi quale mostra io abbia visitato.

il (nostro) triste italiano

Cattura

Umberto Eco è morto. Mi sarei sorpreso del contrario a dire il vero, avrebbe cioè destato in me scalpore leggere su una qualche testata: «Umberto Eco non è morto e non morirà», e questo semplicemente perché gli esseri umani crepano, tutti.
È molto faticoso per i lettori scindere un autore (Umberto Eco) dalla sua opera (i testi di Umberto Eco), e intorno a tale difficoltà questo preciso autore ha disquisito a lungo.
Fortuna vuole che i libri sopravvivano alla morte di chi li ha scritti. Semiotica vuole anche che Umberto Eco abbia lasciato qualcuno a fare le proprie veci dentro i suoi libri, qualcuno di ben intenzionato che incoraggi il lettore a capire e a far funzionare quei testi. (Si potrebbe -in virtù di ciò- ancora fare una passeggiata dentro questo libro, ad esempio).
Del resto se un libro fosse un armadio di truciolare smontato, uno scrittore sarebbe senz’altro colui che ha nascosto le istruzioni dell’Ikea nelle fenditure del legno.
Metafore banali a parte, nonostante abbia oramai agito, l’Umberto di cui volevo scrivere era un altro (crepato anch’egli). Non a caso poi, insisto sul verbo crepare e lo faccio per ben tre (o forse due) motivi.
Innanzitutto nel luogo in cui sono nato la parola capra viene -per metatesi- pronunciata crapa, cosa che di per sé non avrebbe valore se non fosse che a me ricorda mio padre (il quale era solito -per affetto- apostrofare così mia cugina).
[Capirete da voi, quanto, per me risulti arduo lo scioglilingua della capra che campa o che crepa in base alla relazione intrattenuta con il sistema di riferimento panca].
Se a ciò si aggiunge anche che per la lingua italiana crapa è sinonimo di testa (da intendersi come “indole umana”) tutto si complica.

Gli animali  crepano, gli uomini muoiono.
Voglio credere però che Saba, l’Umberto del quale avrei voluto scrivere fin dall’inizio, abbia legittimato il mio uso del verbo crepare

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

È questo dunque il “triste italiano” di Umberto Saba. Un italiano semplice? Diretto? Poco classicheggiante? Semanticamente esplicito?
Le mie intenzioni all’inizio di questo articolo erano di cupa riflessione, stiamo perdendo l’uso della nostra meravigliosa lingua, e a pochi questo importa. Io questo lo so, lo so perché faccio parte dei vinti, di quelli che, dopo aver letto l’articolo, troverebbero congeniale rispondere:

0678

il Titolo

Avete presente gli sguardi di Katharine Ross e Dustin Hoffman alla fine de Il laureato?
Non importa, eccoli qui.
Ipotizziamo adesso che io stia scrivendo queste frasi -e quelle che seguiranno- con un fine ben preciso, e cioè farvi conoscere una poesia di Giuseppe Ungaretti del 1925 e il fotogramma di un film statunitense del 1967.
A partire da tale semplice supposizione si potrebbe asserire che intenzionalmente io abbia tentato di conseguire due fini -più o meno- precisi. Potrebbe però accadere che un potenziale lettore piemontese (residente a Pieve del Cairo) non avvezzo alla poesia italiana del XX secolo, dopo aver letto tali parole s’illuda di rimembrare il luogo di nascita di Giuseppe Ungaretti; «del resto -egli pensa- Alessandria è soltanto a mezz’ora di strada»
Il piccolo qui-pro-quo tra le due omonime città si risolverebbe senz’altro in breve tempo e senza infastidire nessuno, se non fosse che il lettore piemontese abbia già deciso di noleggiare il film. Gira che ti rigira, diretto al “Paradiso del disco” di Alessandria, il lettore sulla SP82 sbanda e “infastidisce” un ciclista.
Si conviene che non tutti gli articoli uccidono dei ciclisti ma questa storiella che ho inventato strada facendo mi è utile per esplicitare il titolo del blog:
una genesi intenzionale tesa ad un particolare fine può implicare -ed è quello che mi auguro- risultati inattesi e imprevedibili nonchè alimentare fini assolutamente inintenzionali (un po’ come nel caso della religione protestante e del capitalismo).
Dunque: amate la lettura miei futuri affezionatissimi, siate curiosi e state a vedere che succede

Ah, secondo voi, Ungaretti l’ha visto Il laureato?

(premio fotografico per quanti abbiano individuato i due titoli di canzoni di Claudio Baglioni nascoste nell’articolo)