il (nostro) triste italiano

di Eterogenesi dei fini

Cattura

Umberto Eco è morto. Mi sarei sorpreso del contrario a dire il vero, avrebbe cioè destato in me scalpore leggere su una qualche testata: «Umberto Eco non è morto e non morirà», e questo semplicemente perché gli esseri umani crepano, tutti.
È molto faticoso per i lettori scindere un autore (Umberto Eco) dalla sua opera (i testi di Umberto Eco), e intorno a tale difficoltà questo preciso autore ha disquisito a lungo.
Fortuna vuole che i libri sopravvivano alla morte di chi li ha scritti. Semiotica vuole anche che Umberto Eco abbia lasciato qualcuno a fare le proprie veci dentro i suoi libri, qualcuno di ben intenzionato che incoraggi il lettore a capire e a far funzionare quei testi. (Si potrebbe -in virtù di ciò- ancora fare una passeggiata dentro questo libro, ad esempio).
Del resto se un libro fosse un armadio di truciolare smontato, uno scrittore sarebbe senz’altro colui che ha nascosto le istruzioni dell’Ikea nelle fenditure del legno.
Metafore banali a parte, nonostante abbia oramai agito, l’Umberto di cui volevo scrivere era un altro (crepato anch’egli). Non a caso poi, insisto sul verbo crepare e lo faccio per ben tre (o forse due) motivi.
Innanzitutto nel luogo in cui sono nato la parola capra viene -per metatesi- pronunciata crapa, cosa che di per sé non avrebbe valore se non fosse che a me ricorda mio padre (il quale era solito -per affetto- apostrofare così mia cugina).
[Capirete da voi, quanto, per me risulti arduo lo scioglilingua della capra che campa o che crepa in base alla relazione intrattenuta con il sistema di riferimento panca].
Se a ciò si aggiunge anche che per la lingua italiana crapa è sinonimo di testa (da intendersi come “indole umana”) tutto si complica.

Gli animali  crepano, gli uomini muoiono.
Voglio credere però che Saba, l’Umberto del quale avrei voluto scrivere fin dall’inizio, abbia legittimato il mio uso del verbo crepare

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

È questo dunque il “triste italiano” di Umberto Saba. Un italiano semplice? Diretto? Poco classicheggiante? Semanticamente esplicito?
Le mie intenzioni all’inizio di questo articolo erano di cupa riflessione, stiamo perdendo l’uso della nostra meravigliosa lingua, e a pochi questo importa. Io questo lo so, lo so perché faccio parte dei vinti, di quelli che, dopo aver letto l’articolo, troverebbero congeniale rispondere:

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