Patafisica

di Eterogenesi dei fini

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Caffettiera per masochisti – Jacques Carelman

Quando scrivo sospinto dall’intuizione, solitamente, invece che approdare a un epilogo, naufrago; quando invece ho qualcosa da dire avviene pressappoco il contrario: non so come iniziare. Questi che seguono (un truismo, un verso di Edoardo Sanguinetti, la scena iniziale di un film di Vittorio De Sica) furono tre incipit potenziali:

Non è poi tanto vero che esprimere cose complesse in modo semplice sia migliore di esprimere cose semplici in modo complesso, o che esprimere cose complesse in modo complesso sia preferibile all’esprimere cose semplici in modo semplice.
«vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia»
 Quattro giovani interamente vestiti di bianco che pedalano lungo un’antica via acciottolata e battuta dal sole

Come si evincerà a breve, nessuno dei tre incipit intrattiene in modo esplicito un collegamento con quanto vorrei raccontare: e cioè che ho visitato una mostra. Tuttavia anche quest’ultimo fatto (pregno d’oggettività) vacilla nel mio ricordare.

[Ipotizzando che sia possibile, spiegare l’arte o semplicemente scriverne è faccenda assai delicata; tant’è che quell’anima sensibile di Rilke ha avuto il coraggio di affermare:
«nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico [la critica è] una delle professioni irreali e semiartistiche, che mentre illudono d’una vicinanza all’arte, praticamente negano e attentano l’esistenza d’ogni sua espressione»]

Mentre mi aggiravo tra le sale affollate di quadri e di gente ho udito una voce (forse quella di un insegnante rivolta alla sua scolaresca) che diceva:
«egli ha compreso che è impossibile spiegare la realtà con la logica»
L’egli della frase è Giorgio De Chirico, pittore.
Rinunciare alla logica innanzi alla pittura metafisica significa abbassare gli scudi della propria ragione, sospendere la ricerca sisifea di un significato assoluto che -viene da sè- non esiste. Molti confondono tale operazione con il “non-interpretare”, convinti che l’impossibilità di trovare un significato unico e incontrovertibile (condiviso cioè dall’intera sala) equivalga all’assenza di senso in toto. Se però si sottovaluta la potenza della polisemia il rischio è quello di perdere tutto ciò che la pittura di De Chirico ha da offrire (da offrirci).
La giustificazione a tale errore è tuttavia nobile:  l’essere umano teme l’ignoto e per questo sperimenta il bisogno costante di contrastare l’entropia, di ordinare il caos, di costruire binari da poter agevolmente seguire. Niente spaventa più dell’anomia ed è per questo che visitando la mostra è stato facile scontrarsi con didascalie esplicative che tentando di far luce sulle opere -spiegandole- le gettavano nel buio più pesto.

Lo spaesamento offerto da De Chirico è forse meno violento di  quello d’alcuni surrealisti, eppure il verde delle sue tele (simile all’acqua del fossato di Castello Estense dopo il tramonto) m’ha segnato quanto il Laborintus di Sanguinetti.

Prima e dopo la mostra: Ferrara.
Città che cinque secoli addietro fu -forse per un lungo istante- la più moderna d’Europa, città silenziosa che mi piace credere Bassanianacon il suo parco Massari pieno di curve e di corvi.
Percorrendo Corso Ercole I d’Este, con i grossi ciottoli che fan male sotto ai piedi, si diventa nostalgici ripensando alla vecchia addizione. Scontrandosi col possente bugnato di Palazzo dei Diamanti si capisce o si avversa Biagio Rossetti.
E alla fine si finisce nel caffè della stazione ad aspettare un treno che ti riporterà a casa, dove, se sarai abbastanza fortunato, il sole entrerà di sbieco dalle ampie vetrate.

Ti accorgerai così di una donna molto anziana e della sua giovane badante sedute a un tavolino, le osserverai avvolte da un’inquieta fissità che si intona alla luce del giorno che muore e al legno delle pareti, le guarderai: sembreranno due moderne bevitrici ma tu non sei Degas.
Ti spaventerà la bellezza della tua mano che colpita dal sole mescola il caffè. Ripenserai alla sagoma della mela lanciata nel cielo, al negozio alimentare che esponeva la scritta “Parrucchiere uomo”, ad antiche biciclette gettate nel fiume, cercherai di annotare i titoli della mostra che a fatica ricordi…

-Il viso del genio (Magritte)
-La malinconia della partenza (De Chirico)
-Il Dio ermafrodito (Carrà)
-Natura morta con tarocchi (De Pisis)
-Tavolo dello studio (Alexander Kanoldt)
-Il riflesso di luce su una bottiglia nera in un dipinto di Morandi

Avevo un taccuino con me ieri, e rileggendo quanto annotato mi viene da chiedermi quale mostra io abbia visitato.