Essere superficiali per profondità (o aforisma 346)

di Eterogenesi dei fini

Ore 11.00, facoltà di Lettere

Qualcosa nella porzione di mondo che sfioro sembra essersi incrinato. La bellezza, per quanto io non sappia adesso -nè abbia mai saputo- cosa con esattezza sia, m’appare artificiosa, affettata, fasulla.
Ove mi trovo in questo momento è luogo che conosco assai bene ma che altrettanto mi spaventa, nel viverlo, o meglio nell’affrontarlo, divengo sospettoso come i felini.
Certo il presentarmi per la priva volta alle lezioni di Estetica con il corso iniziato da mesi non è stata scelta saggia, ma del resto non si può trattare con l’inevitabile.

Ore 12.05, facoltà di Lettere

Trovo necessario giudicare aprioristicamente il valore del mio agire e forse inizio, adesso, a liberarmi di un preconcetto, di una struttura di pensiero limitante e -viene da sè- limitata. La scelta infatti era stata -è stata- saggia. Scopro che la bellezza è sempre artificio.

Ore 12.37 (dell’indomani, cioè oggi), dimora

Da qualche parte dentro un libro scritto attorno al 1881 (titolato Die fröhliche Wissenschaft e tradotto La gaia scienza) compare un’ambiziosa domanda: Chi siamo dunque?
Tale domanda è declinabile in ulteriori interrogativi: Cosa siamo noi? Cosa sono io?
Nietzsche (con un sempre affascinante plurale maiestatis) prima ancora di offrire eventuali risposte a tali domande, cerca parole e cerca “orecchie”.
Ricordate il modo di dire “chi ha orecchi per intendere, intenda”? Ebbene Nietzsche è alla ricerca di quegli orecchi, è alla ricerca di chi faticherà a capire, comprendere, ma ugualmente tenterà. Per chi non lo sapesse il modo di dire è passo ricorrente nei vangeli ed è -utilizzato dal filosofo- sintomo feroce di un anticristianesimo nutrito di elementi cristiani.

Quando alle superiori studiai l’opera di Nietzsche ne intuii l’innovativa grandezza nel modo in cui da lontano si scorge un monte, lo stesso monte però, quando si è alle sue pendici, scompare.

Per favorire il lettore che si appresta alla scalata Nietzsche risponde -almeno- alle domande opposte rispetto a quelle dalle quali era partito: Cosa non siamo? Cosa non sono?

Limpidamente afferma: atei, immoralisti, miscredenti ecco cosa NON siamo!
Tali aggettivi -lui dice- non sono sufficienti poichè, essendo costruiti per negazione, rimandano ai rispettivi concetti positivi, tutti implicanti presupposti dogmatici.

Ciò che avvince e scoraggia leggendo le pagine in questione è che il filosofo (il diffidente) afferma serenamente che anche ogni scienza necessita di presupposti dogmatici (un esempio: il concetto di durata infinita della materia).

Dunque? I nuovi filosofi -quelli che verranno- sono (erano, furono, saranno) in uno stadio troppo avanzato per poter essere compreso. Del resto essere liberi, liberare (ogni liberazione) implica un doloroso prezzo, come scoprì Prometeo sul proprio fegato.

Da cosa si è liberato Nietzsche, da cosa sta cercando di liberarsi?
Probabilmente dalla convinzione che il mondo e le cose vadano -debbano andare- secondo un disegno divino o secondo un disegno razionale.
Sembra non andare bene nulla a Nietzsche: il cristianesimo, il panteismo di Spinoza con la sua “divinizzazione della natura” (o estensione totale del concetto di Dio), le conciliazioni di Hegel, il naturalismo di Zolà, la scienza ottocentesca. Niente, nè divino nè razionale.

Dopo aver compreso, supposto, pensato che le cose NON vanno come per secoli si era creduto fortemente, Nietzsche scrive che la delusione che ne deriva è una reazione psicologica di freddezza e passività: il nichilismo. Siamo freddi per il disincanto nello scoprire che quanto noi stessi avevamo costruito (le nostre fedi) non esiste.

Eppure Nietzsche è lontano -vuole allontanarsi correndo- dal pessimismo di Schopenhauer, ed ecco che nel tirare le somme appare didascalico. 

L’uomo è un animale duale: venerante e diffidente.
Le sue -le nostre- variegate venerazioni sono strettamente legate al concetto di bisogno. Le verità che l’uomo costruisce (qualunque forma esse assumano) sono tutte risposte alla necessità di sopravvivere. Ecco il ruolo dell’arte e della bellezza: rappresentare il bello per compensare la bruttezza dell’esistenza e di noi stessi.

I greci furono grandi poichè furono consapevoli. Consapevoli che ogni profondità (di pensiero) nasconde l’abisso dell’orrore e della schifezza. Ecco cosa vuol dire essere superficiali per profondità. Indagare gli abissi e opporre ad essi una meravigliosa falsità, una bellissima e artistica superficie.
Alla luce di ciò Nietzsche afferma serenamente che la decadenza greca ha inizio con Socrate in quanto il filosofo è il primo a definirsi -ed essere definito- brutto, mostruoso, orripilante. Tanto brutto esteriormente quanto profondo e saggio interiormente. Fine dell’equilibrio e della convenzione estetica di bellezza falsa, nessun corvo a bucare le tele di Fidia.

Dove voi vedete cose ideali (Dio, la scienza, la bellezza, la verità) Nietzsche vede cose umane, troppo umane!
Quanto è importante diffidare! Praticare la scienza della diffidenza e dello smascheramento è fondamentale ma dopo, dopo è necessario non fermarsi ad un pessimismo nichilista. Bisogna dire sì alla vita dopo averla scoperta orribile, priva di senso, immorale. Bisogna accettare l’assenza di scopo e amare -amare con ardore- l’esistenza proprio alla luce di tale scoperta. Non affidarsi agli ideali, al bastone della fede, ma impugnare se stessi, comandare noi stessi.

Quanta meraviglia! Meraviglia che si esaurisce cupamente con un altro punto di domanda, un terribile aut-aut.
O vi sbarazzate delle vostre venerazioni o di voi stessi.
E se il secondo è un nichilismo passivo, una rinuncia alla vita, la rinuncia di chi vive senza porsi domande, non lo è forse anche il primo?

Questo fu l’interrogativo di Nietzsche.