Eterogenesi dei fini

Prolegomeni alla scrittura

Mese: aprile, 2016

0,9

 

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Foto scattata da me*

In breve tempo la città bevuta dall’orizzonte si era persa alle loro spalle, adesso la campagna s’imponeva: piatta, marrone, odorosa di sterco.
Seduto al suo fianco per un attimo la osservò mentre guidava; dal ventre la nausea gli risaliva sino alle tempie, e da lì, raggomitolata, lo torturava. Fin da bambino, fin da quando ne avesse ricordo, aveva sofferto il mal d’auto.
Alla fine di una curva stretta tra i fossi apparve un semaforo che ingialliva, la macchina dopo aver rallentato si fermò al suo cospetto. Una chiesa di margherite mosse dal vento, illuminata malamente da un sole pallido e velato, lo richiamò. Guardando i fiori attraverso il vetro, belli, inutili, pensò che un tempo avrebbe aperto la portiera per coglierne in fretta qualcuno, col cuore in gola avrebbe corso quel rischio prima che il semaforo ritornasse verde: solo per vederla sorridere.
Ma stavolta non si mosse, gli anni avevano mutato quei crismi d’eccezionalità in rancori muti e passivi; del resto lei, probabilmente lei non ne avrebbe più sorriso.
Erano rare le mattine in cui gli venisse concesso di guidare -così da sopperire alla nausea-; l’etilometro che lei aveva comperato su amazon funzionava perfettamente e oramai lui era quasi felice di sottoporvisi. Quella mattina gli era stato assegnato uno 0,9 sfavillante.

*per quanto la post-modernità abbia condotto -e legittimato- i più al cimento degli abbinamenti improbabili, scorgo tra l’immagine e il testo che la segue un profondo -seppur banale- legame che mi par bello: e cioè che il tempo trasforma le cose.

Palazzeschi interroga

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«Hai codesto male. Vivi inappagato sempre, vivi di quello che fu, e che non è mai stato, di quello che dovrà essere, e che poi non sarà, di quello che non è, di quello che non si sa, mai di quello che è. L’istante che vivi oggi dolorosamente sarà bello domani, lo ricorderai con nostalgia e rimpianto, è il debito che devi pagare all’ora non saputa vivere, la vita si vive a contanti e si liquida giorno per giorno, ora per ora. E una pena s’accavalla alla pena, e un’altra a un’altra ancora. Hai perduto il passo per fantasticare. Fare, fare bisogna.
Io non so che sarà, ciò non mi appartiene, ma so quello che è, so quello che posso avere, ed è molto: vedere, udire, toccare, sentire: è quello che mi è stato dato e ne prendo quanto posso, non domando di più e mille volte ringrazio ogni dì chi me lo diede. Cosa m’importa di sapere chi è, dov’è, che fa? Forse la mia curiosità l’offenderebbe, certo anzi, s’egli mi si cela, è da più di me, questo è sicuro. Ma è più gradito il dono non vedendo il donatore.»