0,9

di Eterogenesi dei fini

 

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Foto scattata da me*

In breve tempo la città bevuta dall’orizzonte si era persa alle loro spalle, adesso la campagna s’imponeva: piatta, marrone, odorosa di sterco.
Seduto al suo fianco per un attimo la osservò mentre guidava; dal ventre la nausea gli risaliva sino alle tempie, e da lì, raggomitolata, lo torturava. Fin da bambino, fin da quando ne avesse ricordo, aveva sofferto il mal d’auto.
Alla fine di una curva stretta tra i fossi apparve un semaforo che ingialliva, la macchina dopo aver rallentato si fermò al suo cospetto. Una chiesa di margherite mosse dal vento, illuminata malamente da un sole pallido e velato, lo richiamò. Guardando i fiori attraverso il vetro, belli, inutili, pensò che un tempo avrebbe aperto la portiera per coglierne in fretta qualcuno, col cuore in gola avrebbe corso quel rischio prima che il semaforo ritornasse verde: solo per vederla sorridere.
Ma stavolta non si mosse, gli anni avevano mutato quei crismi d’eccezionalità in rancori muti e passivi; del resto lei, probabilmente lei non ne avrebbe più sorriso.
Erano rare le mattine in cui gli venisse concesso di guidare -così da sopperire alla nausea-; l’etilometro che lei aveva comperato su amazon funzionava perfettamente e oramai lui era quasi felice di sottoporvisi. Quella mattina gli era stato assegnato uno 0,9 sfavillante.

*per quanto la post-modernità abbia condotto -e legittimato- i più al cimento degli abbinamenti improbabili, scorgo tra l’immagine e il testo che la segue un profondo -seppur banale- legame che mi par bello: e cioè che il tempo trasforma le cose.