Tania (prima parte)

di Eterogenesi dei fini

Guardai la finestra e capii che non sapevo nemmeno cosa stavo osservando. Se il vetro se il cielo o se il mondo intero. Poi le vidi, erano gocce d’acqua piovana, posate. Non avevano motivo d’essere lì, eppure c’erano. Gocce tutte simili ma a guardarle bene ognuna di forma e dimensione differente, alcune tanto piccole da sembrare graffi, altre semplicemente più grandi. Erano come i miei ricordi. Quel giorno ero nostalgica -oltre che per il colore della luce- anche perché ritrovai quella fotografia. Una foto non si può raccontare e in realtà sono pochissime le cose che si possono raccontare, questo poiché nel momento in cui si comincia un racconto ogni cosa smette di essere quello che è e diventa qualcos’altro. Per me quella foto ero io, ero io tanti anni prima di adesso e al contempo era anche una bambina che non avevo mai conosciuto. La parte migliore di quella foto rimaneva però esterna all’immagine stampata, era dentro di me; dentro di me che avevo scordato perfino il momento che su di essa era stato fissato.

Quando io e Tania cominciammo a parlare di Dio lei aveva ventisette anni. Eravamo entrambi esuli allora, esuli dalla vita in modi e circostanze assai diverse. Fu proprio l’esilio che ci unì e ci rese complici, trascinandoci dentro ad un vortice di inganno e di morte che entrambi non avremmo potuto sognare nemmeno nelle notti più tumultuose. In quegli anni ero devastato da intensi dolori alla schiena, dolori lancinanti che venivano a farmi visita durante la notte e che come amanti puntuali finivano per abbandonarmi al risveglio. Molte volte era Tania a svegliarmi con l’odore del caffè e con la sua voce, voce che si sforzava d’adattarsi a un idioma che non le apparteneva.
Durante una mattina più calda delle altre, dopo aver preso un bagno freddo, cominciai ad attendere. Molte delle mie giornate erano scandite dalle attese più che dal tempo. Aspettavo che si presentasse l’ispirazione per scrivere, che la voglia di leggere venisse a scuotermi, che la giornata assolata mi tentasse di affacciarmi al balcone, e ovviamente aspettavo Tania.
Erano ormai distanti i giorni in cui avevo imparato a riconoscerla dal suo modo di citofonare; lontane le mattine in cui aprendo la porta ricevevo un suo bacio sulla punta del naso. La stessa bocca che durante la notte era stata stremata da decine di fellazioni a cazzi ignoti si poggiava su di me con un sorriso.
Mentre mischiavo due mazzi di carte a semi francesi Tania preparava il caffè, poi, pronta la bevanda, alla tavola della cucina giocavamo interminabili partite a carioca. Non ricordo con esattezza quando quella che per me era una bambina moldava dalla pelle chiara e gli occhi velati, colei che aveva accettato di divenire la mia badante per quattrocento euro al mese, mi confessò d’essere una puttana; a dire il vero non riesco a ricordare se fu lei a dirlo o io a scoprirlo, da solo. Ricordo però con dettagli di luce il piacere fisico che ella iniziò a regalarmi. Preparata una bacinella d’acqua bollente Tania mi faceva spesso lo shampoo. Le sue mani delicate, con le nocche tutte arrossate dall’acqua calda, affondavano nei miei capelli bianchi e radi, iniziando un lungo massaggio che culminava col mio sonno. Prima di addormentarmi con la testa reclinata all’indietro sul margine della bacinella ricoperta da panni, attraverso le palpebre pesanti scorgevo delle macchie geometriche che il sole cuciva sull’intonaco bianco, e infine cedevo ai sogni. Nella danza onirica mi apparivano spesso le donne della mia vita, vestite di luce: mia madre, mia nonna, mia moglie; eppure al risveglio il mio pensiero andava sempre a lei, all’unica donna che non avendo mai conosciuto avevo davvero amato.
Concluse le pulizie Tania si addormentava sul divano di un sonno profondo, troppo vischioso per concederle sogni. Al tramonto, preparatami la cena, si chiudeva infine nel mio bagno, per svegliarsi e truccarsi: ne riusciva mascherata di un’espressione severa, e quasi non riconoscevo la ragazzina che all’indomani avrebbe suonato il mio campanello con quello strano odore sulle labbra.

Anche dopo aver ricevuto le chiavi di casa Tania continuò sempre a citofonare. Ero invecchiato di altri otto anni mentre quella bambina dagli occhi velati era diventata una donna. Nonostante fossimo ormai, in parte, amici, e nonostante fossi a conoscenza di quei suoi primi anni a battere le strade e lei fosse consapevole del mio sapere, in un qualche modo Tania era riuscita a mantenere una riservatezza quasi totale sui propri sentimenti e sulla propria vita, in particolare sulla propria infanzia. Sapevo che da due anni si fosse sposata, che i lavori di badante e donna delle pulizie le garantivano uno stipendio dignitoso, che un mutuo trentennale l’avrebbe scortata sino alla vecchiaia. Conoscevo le sue rughe e le sue occhiaie, i suoi malumori, avevo perfino parafrasato il suo fisico celato dall’abbigliamento sempre umile, come da ragazzo avevo fatto con le poesie.
Il suo italiano era molto migliorato negli anni, talvolta mi convincevo che fosse perfino migliore di quello di certi studenti, superficiali e distratti, che stavano diventando uomini frenetici e cinici, in quei tempi.

«Come si chiamava tua moglie?»
«Lina»
«Ed era bella?»
«Lo è stata, in molti momenti»
«Che vuol dire?»
«Che la bellezza nasce negli occhi di chi guarda»
«Non ti capisco»
«Linetta era buona e le cose buone appaiono spesso belle Tania»

Una mattina Tania apparvè sulla soglia vestita di malinconia. La stanchezza che spesso le leggevo sul viso era sopraffatta da una nebbia di malessere. Le chiesi qualcosa ma non rispose se non con il silenzio. Come sempre preparò il caffè ma anche nell’aroma della bevanda qualcosa non andava. Mi raccontò infine che aveva trovato dentro ad un vecchio dizionario una foto e 100 euro.
«Bè, e non sei contenta? Dovresti» dissi frettolosamente. Ma mi sbagliavo, Dio quanto mi sbagliavo. Tania iniziò a raccontare e quando il suo racconto finì io piangevo, mentre lei rideva, entrambi di tristezza.

Continua