Eterogenesi dei fini

Prolegomeni alla scrittura

Mese: gennaio, 2017

Freddi cieli stellati, pruriti, libertà e follie negli occhi

Io vedo un povero anzi benestante stronzo fuori di senno che è andato a morire in mezzo alla natura. Non che il senno dal quale quel povero benestante stronzo uscì – quello tipico della società statunitense dei primi anni novanta – fosse un buon senno: e questo perché non esistono senni buoni e senni cattivi. Esistono medie. Medie verso le quali si tende o si diverge in determinati contesti spazio-temporali. La media più nota è la normalità. Andarsene a morire di fame in mezzo all’Alaska divergeva – quando quel povero benestante stronzo lo fece – dalla normalità. Premettendo che le normalità cambiano al cambiare dei contesti, perché si tende a una data normalità? Facile: perché la normalità è sicura. Essere normali (tendere alla normalità) è fonte di sicurezza fisica e – per chi crede alla distinzione tra involucro e interiorità nell’uomo – anche spirituale. Ogni normalità è il risultato di errori capitati mentre si perseguiva la sopravvivenza: la propria direttamente, quella della specie indirettamente.
Quando si accumula un sufficiente grado di sicurezza (magari perché qualcuno o qualcosa ha immagazzinato per noi dosi di normalità: ad esempio la nostra famiglia o la nostra intelligenza) è possibile eliminare o cambiare comportamenti in precedenza ritenuti normali. La normalità non è un giusto che si contrappone a uno sbagliato, assomiglia di più all’utile che si contrappone all’inutile; questo fu valido almeno per i nostri antenati duecentomila anni fa quando utile equivaleva a non morire. È capitato infatti, col tempo, che l’esistenza umana sia andata via via complicandosi (rimando per chi voglia approfondire ai temi performativi della sociologia) e che, stabilitosi un certo grado di sicurezza in materia di sopravvivenza, la specie umana abbia sottoposto la definizione di normalità a oscillazioni di giudizio e l’applicazione di quel giudizio a innumerevolissimi ambiti. Tralasciando i singoli ambiti, quel giudizio (cosa sia normale) pare venga regolato da quelle che definiamo “facoltà mentali”. Queste facoltà (cognitive) utilizzate attivamente e passivamente dall’individuo possono talvolta – per motivi a me oscuri – malfunzionare. Il malfunzionamento di alcune delle facoltà che consentono di giudicare cosa sia normale può avere diversi esiti: dalla letteratura alla sociopatia, dall’arte alla devianza. Questi esiti a loro volta possono essere – e saranno – giudicati positivi o negativi in relazione alla data normalità. Niente di per sé è negativo o positivo quando non viene ricondotto all’utilità della normalità, compreso il malfunzionamento delle facoltà che la determinano.
Ora, tornando al povero benestante stronzo fuori di senno, bisogna analizzare un aspetto interessante della divergenza dalla normalità. Quando un individuo scorge dalla propria normalità un altro individuo evadere da una normalità pensata affine alla propria, quel primo individuo ne è attratto e impaurito. In quel gesto egli trova una bellezza sublime scoprendo possibile – per opera di terzi – qualcosa di raro e rischioso. Un ventaglio di possibilità, anche se solo in teoria, gli si dispiega.
Dalla storia del povero benestante stronzo sono stati tratti libri, un film e svariate emulazioni; proprio queste ultime, le emulazioni, hanno reso stronzo quell’individuo trasformando la sua eccezionalità in una depurata normalità.

Interessanti bugie

Ho scritto negli ultimi ventiquattro anni il libro migliore al mondo, il più bello si potrebbe dire; tuttavia non lo pubblicherò mai, e per due motivi

(i) occupo, nella gerarchia dell’industria editoriale, i posti più bassi; ciò significa che nessuno -me compreso- investirà economicamente su di esso
(ii) ho paura che nessun lettore si interesserebbe al libro migliore del mondo

Il titolo del mio libro… non ha titolo il mio libro, poiché non gliene occorre uno; ma se uno gli occorresse questi sarebbe “La religione umana“. L’incipit del mio libro è “interessanti bugie”, a precederlo vi è in esergo un contenuto che non rivelerò per intero in questa sede, e del quale posso solamente dire: si tratta di una mia poesia.
La trama del libro – un romanzo per l’esattezza – è: accettando aprioristicamente il prospettivismo così come lo intesero alcuni commentatori di Federico Nietzsche quanta desolazione è necessaria per sentirsi soli, quanta follia per impazzire e quanta sensibilità per accorgersi che di tutta la vita (fatta di tutte quelle cose belle e brutte che accadono lungo una vita) non resterà niente?
Seguono esempi pratici per iscritto, personaggi, e altri espedienti apparsi già in letteratura.
Se il mio libro non fosse principalmente un romanzo sarebbe un saggio prima e un poema religioso poi, tuttavia gli esiti dei testi sacri (interpretazioni, funzioni, utilizzi) mi appaiono tendenzialmente infelici e infatti, tra le prime pagine del mio libro, compare la rassicurante dicitura «pur potendosi configurare come tale, e anzi essendo sicuramente fraintendibile, questa narrazione è rivelata esclusivamente dagli uomini agli uomini. Ogni rottura di livello – e ve ne sono diverse – non rimanda a livelli di potenza superiori o diversi da quelli della nostra – fra le altre – effimera specie. Non è intenzione dell’autore fondare una religione»
Che di tutta la vita non resterà niente.
I fisici, quelli che in tempi passati furono i naturalisti, potrebbero esigere più rigore e accortezza nell’affermare frasi di questo tipo e portata. Non che io abbia paura dei fisici ma – lo riconosco- qualcosa di materiale e qualcosina di immateriale in effetti resterà. Tuttavia questo qualcosa sarà irrimediabilmente diverso dalle collezioni di esperienza che si è soliti accumulare – spesso con la sensazione della fatica e del peso – vivendo. È proprio in virtù di tale fatica e tale peso che la rinuncia – o meglio l’idea della rinuncia – a quel qualcosa possiede un sapore tanto amaro. Oh ma che dico? Quanta banalità, quanta semplificazione! Sapore amaro! Non si tratta di sapore amaro, è il baratro dell’abisso.