Interessanti bugie

di Eterogenesi dei fini

Ho scritto negli ultimi ventiquattro anni il libro migliore al mondo, il più bello si potrebbe dire; tuttavia non lo pubblicherò mai, e per due motivi

(i) occupo, nella gerarchia dell’industria editoriale, i posti più bassi; ciò significa che nessuno -me compreso- investirà economicamente su di esso
(ii) ho paura che nessun lettore si interesserebbe al libro migliore del mondo

Il titolo del mio libro… non ha titolo il mio libro, poiché non gliene occorre uno; ma se uno gli occorresse questi sarebbe “La religione umana“. L’incipit del mio libro è “interessanti bugie”, a precederlo vi è in esergo un contenuto che non rivelerò per intero in questa sede, e del quale posso solamente dire: si tratta di una mia poesia.
La trama del libro – un romanzo per l’esattezza – è: accettando aprioristicamente il prospettivismo così come lo intesero alcuni commentatori di Federico Nietzsche quanta desolazione è necessaria per sentirsi soli, quanta follia per impazzire e quanta sensibilità per accorgersi che di tutta la vita (fatta di tutte quelle cose belle e brutte che accadono lungo una vita) non resterà niente?
Seguono esempi pratici per iscritto, personaggi, e altri espedienti apparsi già in letteratura.
Se il mio libro non fosse principalmente un romanzo sarebbe un saggio prima e un poema religioso poi, tuttavia gli esiti dei testi sacri (interpretazioni, funzioni, utilizzi) mi appaiono tendenzialmente infelici e infatti, tra le prime pagine del mio libro, compare la rassicurante dicitura «pur potendosi configurare come tale, e anzi essendo sicuramente fraintendibile, questa narrazione è rivelata esclusivamente dagli uomini agli uomini. Ogni rottura di livello – e ve ne sono diverse – non rimanda a livelli di potenza superiori o diversi da quelli della nostra – fra le altre – effimera specie. Non è intenzione dell’autore fondare una religione»
Che di tutta la vita non resterà niente.
I fisici, quelli che in tempi passati furono i naturalisti, potrebbero esigere più rigore e accortezza nell’affermare frasi di questo tipo e portata. Non che io abbia paura dei fisici ma – lo riconosco- qualcosa di materiale e qualcosina di immateriale in effetti resterà. Tuttavia questo qualcosa sarà irrimediabilmente diverso dalle collezioni di esperienza che si è soliti accumulare – spesso con la sensazione della fatica e del peso – vivendo. È proprio in virtù di tale fatica e tale peso che la rinuncia – o meglio l’idea della rinuncia – a quel qualcosa possiede un sapore tanto amaro. Oh ma che dico? Quanta banalità, quanta semplificazione! Sapore amaro! Non si tratta di sapore amaro, è il baratro dell’abisso.