Freddi cieli stellati, pruriti, libertà e follie negli occhi

di Eterogenesi dei fini

Io vedo un povero anzi benestante stronzo fuori di senno che è andato a morire in mezzo alla natura. Non che il senno dal quale quel povero benestante stronzo uscì – quello tipico della società statunitense dei primi anni novanta – fosse un buon senno: e questo perché non esistono senni buoni e senni cattivi. Esistono medie. Medie verso le quali si tende o si diverge in determinati contesti spazio-temporali. La media più nota è la normalità. Andarsene a morire di fame in mezzo all’Alaska divergeva – quando quel povero benestante stronzo lo fece – dalla normalità. Premettendo che le normalità cambiano al cambiare dei contesti, perché si tende a una data normalità? Facile: perché la normalità è sicura. Essere normali (tendere alla normalità) è fonte di sicurezza fisica e – per chi crede alla distinzione tra involucro e interiorità nell’uomo – anche spirituale. Ogni normalità è il risultato di errori capitati mentre si perseguiva la sopravvivenza: la propria direttamente, quella della specie indirettamente.
Quando si accumula un sufficiente grado di sicurezza (magari perché qualcuno o qualcosa ha immagazzinato per noi dosi di normalità: ad esempio la nostra famiglia o la nostra intelligenza) è possibile eliminare o cambiare comportamenti in precedenza ritenuti normali. La normalità non è un giusto che si contrappone a uno sbagliato, assomiglia di più all’utile che si contrappone all’inutile; questo fu valido almeno per i nostri antenati duecentomila anni fa quando utile equivaleva a non morire. È capitato infatti, col tempo, che l’esistenza umana sia andata via via complicandosi (rimando per chi voglia approfondire ai temi performativi della sociologia) e che, stabilitosi un certo grado di sicurezza in materia di sopravvivenza, la specie umana abbia sottoposto la definizione di normalità a oscillazioni di giudizio e l’applicazione di quel giudizio a innumerevolissimi ambiti. Tralasciando i singoli ambiti, quel giudizio (cosa sia normale) pare venga regolato da quelle che definiamo “facoltà mentali”. Queste facoltà (cognitive) utilizzate attivamente e passivamente dall’individuo possono talvolta – per motivi a me oscuri – malfunzionare. Il malfunzionamento di alcune delle facoltà che consentono di giudicare cosa sia normale può avere diversi esiti: dalla letteratura alla sociopatia, dall’arte alla devianza. Questi esiti a loro volta possono essere – e saranno – giudicati positivi o negativi in relazione alla data normalità. Niente di per sé è negativo o positivo quando non viene ricondotto all’utilità della normalità, compreso il malfunzionamento delle facoltà che la determinano.
Ora, tornando al povero benestante stronzo fuori di senno, bisogna analizzare un aspetto interessante della divergenza dalla normalità. Quando un individuo scorge dalla propria normalità un altro individuo evadere da una normalità pensata affine alla propria, quel primo individuo ne è attratto e impaurito. In quel gesto egli trova una bellezza sublime scoprendo possibile – per opera di terzi – qualcosa di raro e rischioso. Un ventaglio di possibilità, anche se solo in teoria, gli si dispiega.
Dalla storia del povero benestante stronzo sono stati tratti libri, un film e svariate emulazioni; proprio queste ultime, le emulazioni, hanno reso stronzo quell’individuo trasformando la sua eccezionalità in una depurata normalità.